Roland Barthes, intellettuale instancabile

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Roland Barthes (Cherbourg, 1915-Parigi, 1980), rappresenta sicuramente uno di quei casi di artisti o critici “a tutto tondo” che, a mio modesto parere, possiedono un quid in più.  Inizialmente iscritto alla facoltà di Lettere Classiche presso la Sorbona, periodo in cui coltivò la passione per il teatro greco, si avvicinò dopo la seconda guerra mondiale agli studi di linguistica, nel solco strutturalista, e alla lessicologia. Tali ambiti furono però solo il punto di partenza di un discorso destinato ad ampliarsi, fino ad inglobare la semiologia, la filosofia e , potremmo dire più in generale, l’”ideologia”. Il fascino degli scritti di Barthes è proprio la loro eterogeneità: dall’assai discusso Il grado zero della scrittura a Il sistema della moda, in cui il semiologo esplora l’universo della moda dal punto di vista del “segno”, fino a La camera chiara, opera dedicata all’arte della fotografia che chiude una parabola che abbraccia tutte le arti, all’insegna dell’inesauribile sete di sapere insita nell’uomo.

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