Orazio, l’epicureo inquieto
Quinto Orazio Flacco (o più semplicemente, Orazio) è uno dei poeti più grandi della latinità: vissuto nel I sec a.C, la sua biografia si intreccia a quella dei grandi del suo tempo, fra cui Cesare (odiato tanto da combatterlo a fianco di Bruto e Cassio), Ottaviano, alla cui corte divenne “cortigiano”, Mecenate, il suo mentore, Antonio e Cleopatra, il collega Virgilio. Il poeta di Venosa raggiunse il culmine della sua produzione con i quattro libri delle Odi, pubblicati fra il 23 e il 13 a.C. e dedicati a Mecenate con l’invito: “Quod si me lyricis vatibus inseres, sublimi feriam sidera vertice” (se mi conterai tra i poeti, con la sommità del capo toccherò le stelle). Il fascino di Orazio non è cristallizzato nell’antichità: basti pensare alle parole del filosofo Nietzsche, conquistato dal “rapimento artistico” ineguagliabile che, dichiarò, solo la poesia oraziana seppe dargli. Del resto la sua riflessione sulla vita, la morte, il piacere, la giovinezza e l’amore, sempre in bilico fra fiducia epicurea, spesso scambiata per spicciolo edonismo (Carpe diem, quam minimum credula postero; Cogli il presente, affidandoti il meno possibile al domani) e malinconia, se non vera e propria disperazione (Sed omnis una manet nox et calcanda semel via leti; Ma un’unica notte tutti attende, e la strada si calca una sola volta) ci tocca inevitabilmente con penetrante potenza. Orazio non resta dunque distante: la sua poesia scopre l’uomo, oltre che l’artista, e di conseguenza ci invita anche a guardare dentro noi stessi, come solo i più grandi sanno fare.










