“Life of Pi”, quando la fantasia aiuta a vivere

pi Life of Pi (Vita di Pi) dello scrittore canadese Yann Martel, è stato un caso editoriale: best seller in moltissimi stati, vincitore di premi e lodato dalla critica, diverrà forse anche un film con una pretigiosa regia. Questo romanzo, appartenente alla letteratura “postcolonialista”, scritto infatti da un canadese ed ambientato in India, narra l’incredibile vicenda del giovane Piscine Molitor, detto Pi, scampato al naufragio di una nave e sopravvissuto per mesi e mesi su una zattera in compagnia della tigre Richard Parker, il terribile felino che prima di salpare per il Canada era rinchiuso nello zoo del padre del ragazzo. Quella che potrebbe sembrare una storia fantastica si rivela, nel finale, una storia amarissima, tanto terribile da poter essere raccontata solo se trasfigurata, pur non perdendo tutta la sua forza. E proprio qui sta la rivendicazione di Martel a difesa di un genere “minore”, che già Tolkien aveva sdoganato: il fantastico nella penna dei grandi scrittori diventa l’unico modo per approcciarsi ad una realtà impossibile da afferrare altrimenti, ma soprattutto mezzo per raccontarla.

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