I sonetti di Gioacchino Belli

S.P.Q.R.

Quell’esse, pe, ccu, erre, inarberategiuseppe_gioacchino_belli_2

Sur portone de guasi oggni palazzo,

Quelle sò cquattro lettere der cazzo,

Che nun vonno dì ggnente, compitate.

M’aricordo però cche dda regazzo,

Cuanno leggevo a fforza de frustate,

Me le trovavo sempre appiccicate

Drent’in dell’abbeccé ttutte in un mazzo.

Un giorno arfine me te venne l’estro

De dimannanne un po’ la spiegazzione

A ddon Furgenzio ch’era er mi’ maestro.

Ecco che mm’arispose don Furgenzio:

“Ste lettre vonno dì, ssor zomarone,

Soli preti qui rreggneno: e ssilenzio.”

Di chi sono gli irriverenti versi pubblicati qui sopra? Come saprete in molti, appartengono alla produzione poetica di Gioacchino Belli (Roma, 7 settembre 1791- Roma, 21 dicembre 1863), poeta appartenente alle cosiddette “quattro coroncine” con Carlo Porta, Carlo Goldoni e Giovanni Meli, ovvero i poeti “vernacolari” da affiancare alle tre corone nazionali (Dante, Petrarca, Boccaccio). Il Belli è ricordato soprattutto per i legami che intrattenne con la corte pontificia del XIX sec, apparentemente di scherno e denuncia, eppure non esenti da ambiguità (il potere, si sa, va contestato, ma non si può ignorare…;)). Le intenzioni dei suoi 2200 sonetti sono chiari: “Io ho deliberato di lasciare un monumento di quello che oggi è la plebe di Roma.” scrive come premessa alla sua raccolta, esprimendo un’intenzione documentaria che, nel ‘900, sarà raccolta da Pasolini e Moravia (penso ai suoi Racconti romani, aperamente ispirati all’artista settecentesco). La carica dei sonetti, spesso svalutati e considerati “figli di una poesia minore”, sta soprattutto nella loro pregnanza linguistica ed espressiva, che li ha resi proverbiali e davvero “romani”. Non a caso il Belli è simbolo della Roma più autentica e fiera insieme a  Trilussa.

Related Posts with Thumbnails

Lascia un Commento

Chiudi
Invia e-mail