Giacomo Leopardi, tra poesia e filosofia

leopardiGiacomo Leopardi, il poeta di Recanati simbolo dell’800 letterario italiano, compì negli anni della sua formazione un progressivo avvicinamento alla filosofia. Dapprima, ancora ragazzo, abbandonò “l’Erudito”, ovvero la maniera di studiare filologica e minuziosa, a favore del “Bello”, scoperto attraverso una lettura più libera dei grandi classici (Dante, Omero…). E’ questa la fase del cosiddetto “pessimismo storico”, in cui la natura benigna viene vista ancora come dispensatrice di illusioni ai mortali (fra cui, appunto, il bello dell’arte). Segue poi il momento del “pessimismo cosmico”, in cui il poeta rivaluta la natura, ora considerata maligna in quanto avversa alla felicità dei singoli individui, e compie il passaggio dal bello al “Vero”, infondendo sempre più nelle sue opere i contenuti filosofici che professa nella vita. Si vedano ad esempio le Operette morali, massima espressione delle teorie ormai meccanicistiche del Leopardi, che non a caso guarda alla filosofia materialistica 700esca. Il pessimismo leopardiano va inoltre sempre più a coincidere con il titanismo, l’erosimo disperato eppure dignitoso dell’uomo che accetta e guarda negli occhi il fato avverso pur sapendo di essere destinato al fallimento.

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