Eugenio Montale: “Non chiederci la parola”

Non chiederci la parola che squadri da ogni lato
l’animo nostro informe, e a lettere di fuoco
lo dichiari e risplenda come un croco
perduto in mezzo a un polveroso prato.
Ah l’uomo che se ne va sicuro,
agli altri ed a se stesso amico,
e l’ombra sua non cura che la canicola stampa sopra uno scalcinato muro!
Non domandarci la formula che mondi possa aprirti
sì qualche storta sillaba e secca come un ramo.
Codesto solo oggi possiamo dirti,
ciò che non siamo, ciò che non vogliamo
Con questa poesia-manifesto Eugenio Montale inaugura la raccolta “Ossi di seppia” pubblicata nel 1925 e destinata a rivoluzionare la poesia italiana. Il componimento ci colpisce sia da un punto di vista formale, sia per l’intensità della dichiarazione d’intenti: il “Non chiederci la parola” coincide, infatti, col rifiuto da parte del poeta di presentarsi come vate, alla maniera classica e poi dannunziana; il tutto è sostenuto da una versificazione innovativa, che ad elementi tradizionali unisce la “trasgressione” di versi niente affatto regolari. Ma è soprattutto la programmaticità del testo a colpirci, e sotto sotto a coinvolgerci: quel “Codesto solo oggi possiamo dirti,ciò che non siamo, ciò che non vogliamo” suona all’orecchio del contemporaneo come slogan dal sapore di rivoluzione intriso di una disperata, ma battagliera, rassegnazione in cui i giovani non possono che identificarsi.











