Charles Baudelaire, Correspondances

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La Natura è un tempio dove incerte parole

mormorano pilastri che son vivi,

una foresta di simboli che l’uomo

attraversa nel raggio dei loro sguardi familiari.

Come echi che a lungo e da lontano

tendono a un’unità profonda e buia

grande come le tenebre o la luce

i suoni rispondono ai colori, i colori ai profumi.

Profumi freschi come la pelle d’un bambino,

vellutati come l’oboe e verdi come i prati,

altri d’una corrotta, trionfante ricchezza

che tende a propagarsi senza fine – così

l’ambra e il muschio, l’incenso e il benzoino

a commentare le dolcezze estreme dello spirito e dei sensi.

(TRAD. di Giovanni Raboni)

Correspondances
di Charles Baudelaire, sonetto irregolare posto nella sezione iniziale della raccolta Les Fleurs du mal, può essere a ragione considerato il manifesto del Simbolismo, quella corrente artistica volta al misticismo e alla ricerca degli invisibili legami fra le cose, dei “simboli” appunto. Il componimento di Baudelaire celebra proprio la segreta cifra che costituisce il mistero della natura, cui l’uomo può solo accostarsi come un viandante nella foresta, inebriato da profumi e colori; l’unica possibilità di orientamento che egli ha è infatti l’affidarsi all’inconscio ed alla sua parte irrazionale, per afferrare il simbolo che l’intelletto può solo vagamente avvertire. “Foresta di simboli” è un’immagine di cui la mia professoressa di lettere si serviva per parlare del medioevo: è d’altronde innegabile un paragone fra gli anni della produzione di Baudelaire, che seguono al Positivismo e al Razionalismo, e quelli medievali, sebbene col poeta francese si passi in qualche modo dai simboli religiosi a quelli satanici…

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